Perché trattiamo il ciclo come limitante, sporco e depressivo?

Il ciclo mestruale per tante donne è un evento scontato, al limite doloroso o fastidioso, ma naturale, quindi ovvio. Anche quelle pochissime che per vicissitudini della vita non hanno un ciclo regolare, o addirittura non ce l’hanno per anni, vivono quell’assenza come una presenza costante che non evita loro di pensarci ogni mese. Si può dire perciò che ogni donna al mondo viva, negli anni della fertilità, per alcuni giorni al mese con la presenza/assenza di quest’evento. Insomma è un fenomeno mondiale che tocca numeri enormi. Eppure anziché considerarlo un evento eccezionale e potentissimo, proprio per l’enorme condivisione, il ciclo è vissuto come un fastidio, un evento da aspettare che passi, un incomodo da subire. Ma non è sempre stato così, anzi solo nella società moderna e tecnologica il ciclo è diventato quasi una malattia da far passare e addirittura da eliminare. Basta ritornare con la memoria alla civiltà contadina per ritrovare infinite tracce di un’altra versione dei fatti che sembra lontana e dimenticata.

Il mestruo era considerato un elemento di fertilità per la terra. Il ciclo era un momento intimo che le donne condividevano insieme, e che serviva ad ognuna per isolarsi e dedicarsi a se stessa e alla propria spiritualità.

Anche oggi se ci pensiamo un attimo, non possiamo non essere d’accordo sul fatto che il ciclo rappresenti un momento in cui all’interno del corpo femminile esplode una trasformazione che lo stesso corpo ha preparato e voluto nei ventotto giorni precedenti. Ma la necessità odierna di azzerare le lentezze e le sensazioni che il ciclo propone, fa sì venga associato alla malattia, solo perché non è produttivo permettere a ogni donna di prendersi quel tempo per sé, ogni mese. Trattare il ciclo come un avvenimento fastidioso, limitante, sporco e depressivo ha però permesso la creazione di numerosi prodotti industriali dedicati a risolvere “il problema”, dagli assorbenti di tutte le misure e profumazioni, alle infinite pasticche per lenire fastidi, dolori, depressioni, intorpidimenti.

L’associazione quindi del ciclo alla malattia l’ha reso un business con introiti miliardari, garantiti per i secoli avvenire.

Ma possiamo veramente considerare una malattia l’evento che il corpo femminile rievoca dall’inizio dei tempi, senza aver mai provveduto a modificarlo? Se la giraffa è riuscita ad allungare il collo per arrivare a mangiare, probabilmente anche la femmina dell’essere umano avrebbe provveduto a qualche trasformazione genetica per eliminare la “malattia del ciclo” se il ciclo fosse stato un vero male. Eppure molte potrebbero ribattere che il loro ciclo è dolorosissimo e invalidante, verissimo. È pure vero che negli ultimi anni è crescente l’allarme per la mancanza di fertilità e per la diffusione di disfunzioni del ciclo (dall’endometriosi alla menopausa precoce, per esempio).

Ci si può chiedere se tali sofferenze non siano conseguenza del modo frustrante in cui la società ha portato le donne a vivere quest’esperienza così delicata e ciclica?

Il senso di colpa per non essere sempre efficienti, l’inadeguatezza per non sentirsi esteticamente perfette, la frustrazione di restare costantemente al centro di responsabilità e obblighi, quando ci si vorrebbe solamente isolare. Chi l’ha detto che tutto questo è sbagliato?

Se i miliardi di donne nel mondo ricominciassero a vivere i giorni del ciclo come un momento magico, di introspezione e silenzio interiore, durante il quale scaricarsi per potersi ricaricare nei ventotto giorni successivi molto probabilmente ne gioverebbero in molti, dalle donne stesse a tutti quelli che con esse hanno a che fare. Questa separazione ciclica che il corpo ci fa vivere, lasciando andare ogni mese quell’ovulo che era una promessa di vita, è sinonimo di una momentanea separazione dal mondo terrestre. Il ciclo ci riporta per pochi giorni ogni mese al mondo interiore, dove possiamo ricontattare la nostra energia primordiale da cui noi stesse siamo nate e da cui tutto nasce. Il ciclo delle donne è come il ciclo della natura, della luna. Nessuno chiede alla spiga di esserci quando sta sottoterra, nessuno chiede alla luna di esserci quando non c’è.

Perché chiedere alla donna di esserci quando è il suo momento di essere altrove?

fonte: http://27esimaora.corriere.it/articolo/perche-trattiamo-il-ciclo-come-limitante-sporco-e-depressivo/